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Numéro
Histoire Epistémologie Langage
Volume 40, Numéro 1, 2018
Représentations et opérations dans le langage : Saussure, Bally, Guillaume, Benveniste, Culioli
Page(s) 115 - 131
Section Varia
DOI https://doi.org/10.1051/hel/e2018-80009-3
Publié en ligne 26 juin 2018

© SHESL/EDP Sciences

Introduzione

Lo scopo dell’articolo è fornire una prima conoscenza delle glosse al Doctrinale1 scritte nella seconda metà del sec. XIV dal maestro pisano Francesco da Buti (1324–1406), già autore di un’opera grammaticale per l’insegnamento intermedio del latino e di commenti ai classici e alla Commedia2. Queste glosse, tramandate da soli due codici, sono interessanti perché, contrariamente a molti dei commentari al Doctrinale, anonimi, hanno una sicura paternità e perché appartengono a un’area geografica in cui lo studio e l’utilizzo del Doctrinale nell’ambito scolastico avevano forme un po’ diverse rispetto alla prassi didattica del Nord Europa. Al fine di comprendere meglio l’opera, è necessario situarla all’interno del genere a cui appartiene, perciò alla presentazione del testo viene premessa una breve introduzione su glosse e commenti grammaticali.

1 Glosse e commenti medievali

La tradizione medievale delle glosse è così ricca che possiamo parlarne come di un genere a sé stante3. Il genere, a dire il vero, non sorge nel Medioevo, perché l’abitudine di redigere notae di lettura era già nata nella Grecia antica, con la fitta tradizione di scholia4 che accompagnavano testi filosofici e letterari. In ogni caso, nel Medioevo la consuetudine di annotare e glossare testi famosi si infittisce notevolmente.

Molto diffusi sono i commenti a testi filosofici e alla Bibbia5, quelli agli auctores classici, di cui lo stesso Francesco fornisce esempi6, e quelli a testi letterari del Medioevo, assurti a opere di fama universale (si considerino − ad esempio − i numerosi commenti alla Commedia). Parallelamente si sviluppò una fitta rete di glosse e commenti ad opere grammaticali riconosciute come autorità indiscusse, sia antiche (Donato7 e Prisciano8) sia medievali (in particolare il Doctrinale e il Graecismus9).

A questo punto occorre premettere un breve excursus lessicale perchè i termini glossa e commentum meritano qualche spiegazione, che ne chiarisca la natura e le differenze. Inizialmente il termine glossa era utilizzato nel senso etimologico di spiegazione di parole e sintagmi oscuri attraverso la traduzione con altri più accessibili, ma, con il passare del tempo, il termine acquistò un significato più ampio e completo, quello di spiegazione sia della littera del testo sia della sententia, mentre la spiegazione di termini oscuri con altri più noti sembra venir ricoperta dal diminutivo glosula10.

Le glosse possono essere di vari tipi11: le tipologie più frequenti sono rappresentate dalle glosse interlineari, marginali, intercalate, a corona.

La glossa interlineare è quella che alterna al testo la spiegazione dei significati più oscuri e il chiarimento dell’ordine delle parole: il testo resta l’elemento principale nella pagina, e la glossa, in formato più piccolo, non deborda quasi mai oltre lo specchio di scrittura.

La glossa marginale occupa di solito uno o più margini della pagina, all’incirca in corrispondenza del passo da glossare. Di solito si tratta di brevi spiegazioni, scritte in formato più piccolo del testo e ricche di abbreviazioni.

Quando però il testo della glossa diventa così abbondante da non poter essere più scritto ai margini della pagina, viene alternato al testo stesso: abbiamo allora una glossa intercalata. Di solito la glossa, anche se scritta con una grafia di modulo più piccolo, più frettolosa e più ricca di abbreviazioni, si alterna al testo nello specchio di scrittura.

A volte lo specchio di scrittura viene suddiviso in due/tre colonne di ampiezza diseguale: quella centrale o interna è riservata al testo, la cui importanza è accentuata anche dalla scrittura di modulo più ampio, mentre la glossa si dispone tutt’intorno, occupando anche i due margini, inferiore e superiore. Tale tipo di disposizione, detto a corona, è tipico in particolare delle glosse bibliche.

Il commento, invece, è più libero e meno scrupoloso nel rendere intelligibili i diversi passi di un testo; da esso ricava piuttosto l’avvio per un discorso indipendente: infatti il testo a volte non è neppure trascritto. Occorre però notare − a partire già dagli ultimi secoli del Medioevo − la confusione esistente riguardo ai due termini, spesso avvertiti come una coppia sinonimica, come mostrano cataloghi12 di biblioteche. Un esempio è offerto da uno dei due codici che trascrivono la glossa di Francesco, il Malatestiano S. XXII. 3, che nel foglio di guardia reca un’annotazione in cui il testo viene detto commentarium, anche se ad apertura di opera l’autore l’aveva definito glossarum compendium.

2 Glosse e commenti al Doctrinale

Una rencensio codicum del Doctrinale si trova nell’introduzione all’edizione critica curata da Reichling; il numero dei testimoni viene poi accresciuto consultando cataloghi di biblioteche13. Quello che si ricava è una testimonianza dell’enorme fortuna di cui potè godere l’opera di Alessandro di Villedieu, una fortuna che perdurò ben oltre il periodo medievale, nonostante gli attacchi dei suoi detrattori.

Il nome che è all’inizio della tradizione di glosse al Doctrinale è quello del maestro inglese Giovanni di Garlandia14 († 1252 ca), il quale, attivo in Francia poco dopo la composizione del Doctrinale, commentò l’opera apportandovi al contempo numerose interpolazioni. Dopo quella di Giovanni di Garlandia, la glossa conservata dal maggior numero di manoscritti è una glossa anonima del sec. XIIIXIV, detta Admirantes15 dall’incipit, seguita in ordine cronologico da un altro commentario, generalmente noto come Testante philosopho16. Molti sono poi i commenti e le glosse del sec. XIV, quasi tutti di area nord-europea17.

Per quanto riguarda l’Italia, il commentatore più famoso è stato sicuramente Ludovico de’Guaschis18, maestro piemontese del sec. XV. Black nota un aumento nell’interesse per il Doctrinale dal sec. XIV al XV, anche se il numero complessivo di codici conservati in biblioteche italiane è molto scarso (solo il 10% del totale dei codici contenenti il Doctrinale). Certo, l’uso che nel Nord Europa si faceva della grammatica in versi era più esteso, mentre al Sud la presenza di numerose Summe in prosa19 lascia pensare che il Doctrinale venisse usato a fianco di tali Summe, anche come serbatoio di versi mnemonici. Ma nei secc. XV e XVI sembra che la fortuna del Doctrinale sia aumentata, come testimoniano anche le edizioni a stampa: Black rileva che, fra le 295 stampe elencate da Reichling, 46 sono italiane; fra queste, la prima in assoluto del Doctrinale (stampata a Vicenza e Milano nel 1481 con il commento di Ludovico de’Guaschis) e l’ultima, del 158820. Il paese in cui la fama del Doctrinale fu più duratura sarebbe stato proprio l’Italia: qui infatti il testo continuò lungamente ad essere stampato, mentre in Germania, per esempio, cessò di essere adottato nelle Università a partire dal 1520 ca., oggetto di numerosi attacchi21. Le critiche furono numerose e veementi anche in Italia, soprattutto da parte dei primi umanisti, ma non bisogna dimenticare che un preumanista come Guarino Veronese, autore nel 1418 di Regule grammaticales22, presuppone l’utilizzo del Doctrinale nella sua scuola, e le sue Regule fungerebbero da premessa per lo studio in classe della grammatica in versi.23

3 Le glosse di Buti al Doctrinale

Il docente di grammatica nel Medioevo non aveva solo la funzione di docere grammaticam, ma anche quella di insegnare la retorica e di commentare opere letterarie ed altre opere tecniche che segnavano pietre miliari negli studi di grammatica. La stesura di un commento costituiva il compimento di una prassi didattica, quella per cui la grammatica non era solo lo studio delle regole linguistiche, ma anche l’analisi degli auctores. La glossa di Francesco, rivolta sia ai principianti (rudibus), studenti che apprendevano il Doctrinale a scuola, sia ai dotti (provectis), che volessero approfondire le conoscenze grammaticali, fu composta24 dopo la stesura delle Regule25: quindi, se prendiamo la data della redazione definitiva del manuale come terminus post quem, dovremmo ipotizzare una stesura della glossa posteriore al 136626 e, con probabilità, anche molto più tarda. Anche se si tratta di una glossa, l’opera comunque funziona come un testo di grammatica in piena regola ed è adatta ad essere utilizzata come un vero manuale, data la cura che Francesco mette nel seguire lo schema tracciato da Alessandro, senza mai tralasciare qualunque sia pur minima trattazione dell’autore normanno. La forma stessa della glossa permette una lettura esente dal bisogno di un rimando costante al testo. Buti integra, spiega, commenta, rifacendosi costantemente al Doctrinale, spinto da un forte intento didascalico.

3.1 Testimoni dell’opera

Si tratta dei codici Malatestiano Cesenate Pluteo S XXII.3 e Classense 421, appartenenti alla prima metà del sec. XV, di cui segue una breve descrizione.

Il Malatestiano Cesenate Pluteo S XXII.327 (ff. 1r–129r) è un manoscritto membranaceo che contiene le sole glosse al Doctrinale. E’ ben conservato e presenta alcuni elementi decorativi. Il testo è vergato in una litera textualis di ampio modulo, mentre il commento è scritto in una corsiva di modulo più piccolo e più ricca di abbreviazioni. Vi si possono riconoscere almeno due mani diverse, se non addirittura tre: il primo copista alterna al testo grandi blocchi di glosse, mentre il secondo tende ad incorniciarlo lungo i margini esterni. Questo codice si pone come l’esemplare più interessante perché nel colofone si riporta non solo il nome dell’ultimo copista che l’ha trascritto (un certo frate Jacobus de Allamania), ma anche quello del nobile che ha commissionato la copia, tale Antonius Nicolai de Montisferetus. Sembra che vada letto come un omaggio al committente l’esempio contenuto nel capitolo sesto sui verbi difettivi ed anomali transitivi in cui si parla di una cena con pesce offerto da Antonius Nicholay28.

Il Classense 42129 (ff. 1r-61r) è anch’esso un manoscritto in pergamena contenente le sole glosse al Doctrinale. Ben conservato, è ornato da alcuni elementi floreali. La glossa si interrompe al capitolo nono del Doctrinale, con la rubrica Explicit liber Doctrinalis. Incipit prima pars <de> pedibus. Il testo dei capitoli 10 − 12 è trascritto senza glossa, anche se ogni tanto vi compaiono brevi glosse interlineari e marginali. Manca l’indicazione del committente, ma sul retro della coperta superiore, in una corsiva a prima vista posteriore al contenuto del codice, si legge una nota di possesso: Hic liber est mei Francisci presbiteri […] rectoris [...]. Il nome del copista è riportato nell’ultima carta: si tratta di un certo ’Nofrio, figlio di un materassaio lucchese.

In entrambi i codici la glossa si alterna al testo, ma con una differenza: nel Malatestiano la glossa segue il testo, mentre nel Classense si verifica il caso contrario. I due testimoni appartengono verosimilmente a due rami diversi della tradizione manoscritta, dato che le varianti adiafore sono numerose, non solo a livello terminologico, ma soprattutto a livello sintattico e a quello delle frasi-esempio utilizzate a supporto delle regole. Inoltre il Malatestiano, che ha un periodare più ampio e inserzioni da note esterne al testo, presenta un numero maggiore di errori meccanici e di saut du même au même.

Malatestiano S XXII. 3 Classense 421
Cap. I
§ 88: Debet ius facere, et cetera: hic autor tractat de aliis quinque pronominibus primitivis […] Reliqua sunt relativa, ut sui ipse et ille. Et is aliquando est admirativum et aliquando relativum. Quando est admirativum difert ab istis, quia mirat rem longinquam et propinquam
[…]
est notandum quod ipse aliquando est discrettivum tantum, aliquando relativum tantum, ut Ipse petit legit, relativum tantum
[...]
semper est relativum quando directe ponitur et quando antecedens est ad intellectum. […] demonstratum fuit que sunt primitiva et demonstrativa et que relativa […] manebam quasi fixa, idest substantiva et adiectiva.
Cap. I
§ 88: Debet ius: hic autor tractat de aliis quinque pronominibus primitivis [...] Reliqua vero sunt relativa, scilicet is ipse et sui, sed ille aliquando est relativum, aliquando demonstrativum, et differt tunc ab iste, quia ille demonstrat rem longinquam, sed iste propinquam
[...].
notandum est etiam quod ipse aliquando est discretivum, ut Ipse Petrus legit, aliquando relativum, ut Petrus legit et ipse disputat, aliquando relativum et discretivum
[...]
est semper relativum quando discretive ponitur et quod antecedens est in intellectu. […] ostensum fuit que sunt demonstrativa et que relativa[...] manebunt quasi fixa, idest substantiva. Et nota quod de istis tribus, scilicet ego, tu et sui, dubium est utrum sint adiectva vel substantiva.
Gramatici speculativi tenent quod sint substantiva; positivi autem quod sint adiectiva, quia videntur dici substantivis [...] intelliguntur in eis de substantivum virtute discretionis vel relationis.
Deque tribus primis: hic autor demonstrat quod septem pronomina derivativa formantur [...] scillicet ab isto pronomine ego meus noster et nostras, ab isto pronomine sui suus −a −um, ab isto pronomine tu tuus −a −um vester −a vestrum et vestras, tuus suus
Gramatici speculativi tenent quod sunt substantiva; positivi vero quod sint adiectiva, quia videntur adiici substantivis […] in eis intelligatur substantivum virtute demonstrationis vel relationis.
Deque tribus: hic ostendit autor quod septem pronomina demonstrativa derivantur et formantur […] scilicet ab isto pronomine ego derivatur meus noster et nostras, ab isto pronomine tu tuus vester et vestras, ab isto pronomine sui suus −a suum, de quibus quinque sunt possessiva, scilicet meus, tuus, suus

3.2 La struttura

Nella presentazione della glossa dobbiamo considerare separatamente le due sezioni nelle quali si articolava il genere: l’accessus ed il corpo della glossa.

- L’accessus.30 Occorre fare una premessa in cui si accenni ai due tipi di prologo che furono quelli più in auge in tutta la tradizione dei commentari: essi sono quello che R.W. Hunt31 chiamò il “tipo C” ed il cosiddetto “proemio aristotelico”. Il “tipo C” conobbe il suo apogeo nel sec. XII, mentre all’epoca di Francesco da Buti era già lievemente caduto in disuso. La sua origine ci riporta ai prologhi dei commentari a testi filosofici, anche se molto presto questo tipo di prologo cominciò a venir usato anche in commentari ad altre tipologie di opere, soprattutto letterarie e grammaticali. La sua struttura consisteva in un’elencazione di vari punti, il cui scopo era quello di fornire una descrizione dell’opera che stava per essere letta. Tale prologo fu prettamente medievale, usato per la prima volta da Boezio nella prima versione del suo commento32 all’Isagoge di Porfirio e consisteva nel fornire una risposta ai sei punti seguenti: titulus dell’opera, materia, intentio auctoris, modus, utilitas e cui parti philosophie supponatur.

Nel corso del sec. XIII questo prologo cadde lentamente in disuso, a causa dell’emergere di un altro tipo, in coincidenza con l’approfondimento degli studi su Aristotele: questo nuovo tipo di accessus, detto aristotelico, aveva lo scopo di dividere la materia in base alle quattro cause aristoteliche (efficiens, materialis, formalis, finalis). Francesco mostra di operare una mescolanza fra i due tipi di accessus, perché all’enunciazione delle quattro cause aristoteliche unisce il titulus e cui parti philosophie supponatur.

Quando tratta della causa formalis, dopo aver enunciato la doppia natura di tale causa, forma tractatus e forma tractandi, ricorda l’ulteriore suddivisione di quest’ultima in cinque tipi: divisivus, approbativus, improbativus, diffinitivus ed exemplorum positivus, secondo quanto illustrato dal verso Scindit, diffinit, exemplificat, probat, improbat.

La commistione fra i due tipi di prologo sembra molto diffusa33. Un esempio è fornito dal commentario a Martino di Dacia del maestro Gentile da Cingoli34, il cui accessus è organizzato come quello di Francesco, sebbene più esteso e con riferimenti a posizioni modiste assenti nell’accessus di Buti; un secondo è dato dal prologo al commentario al Doctrinale del maestro francese Pietro Croco d’Alvernia.35

L’accessus al commento al Doctrinale di Buti condivide, inoltre, molte caratteristiche con altre opere esegetiche dello stesso autore, in particolare con il commento alle Satire di Persio e all’Ars poetica di Orazio36: in tutte e tre si cerca di rintracciare le quattro cause aristoteliche, a cui si aggiungono titulus e cui parti philosophie supponatur. Ciò che, infine, è degno di nota è la semplicità e brevità di tali prologhi: essi appaiono, per esempio, più succinti di quelli premessi alle diverse tradizioni e redazioni del commento al Graecismus37, in cui si può riconoscere una stratificazione di elementi, che si accrescono l’uno sull’altro.

- Il corpo della glossa. Il procedere nell’esposizione da parte di Buti è regolare e segue l’articolazione in lectiones, tipica dei commentari universitari del sec. XIII38, che si svilupparono particolarmente alla Facoltà delle Arti di Parigi negli anni 1230–1260. Tali commentari suddividevano il testo in lectiones, che presentavano elementi ricorrenti: innanzitutto, la suddivisione del testo in più sezioni; poi l’enunciazione dell’intentio auctoris, con l’idea generale del passo da commentare; poi la parafrasi del passo; infine, dubia e questiones sollevati dal testo.

Anche Buti suddivide in lectiones il testo. Il commentatore riporta le prime parole, sottolineate, del verso incipitario e fa seguire una frase in cui enuncia la materia generale di cui si parlerà. La lectio viene poi suddivisa in unità minori, di ognuna delle quali viene messo in evidenza l’inizio, ancora una volta con la trascrizione delle prime parole. Ultimata la suddivisione dell’intera lectio, il commentatore riprende dall’inizio con la parafrasi del testo. Spesso, la parafrasi è seguita da note o risposte a dubia o questiones. Tali interventi sono evidenziati con le espressioni Notandum est quod e Queritur utrum.

Per fornire un’idea migliore del procedimento, riportiamo qui un esempio, tratto dal cap. I, relativo alla terza declinazione (vv. 85–255 del Doctrinale):

- o dabit: hic autor tractat de tertia declinatione, quia in precedenti parte tractavit de secunda. Et dividitur iste tractatus in duas partes, quia primo tractat de numero singulari, postea de plurali, ibi Primo plurali. Ista prima dividitur in sex partes, sicut sunt sex casus, quia primo tractat de nominativo; secundo de genitivo, ibi Format nomen in −a; tertio de dativo, ibi -is genitivus habet; quarto de accusativo, ibi -em retinet quartus; quinto de vocativo, ibi Par recto quintus; sexto de ablativo, ibi Sextus in −i vel in −e (Cesena, Bibl. Malatestiana, ms. S. XXII, 3, f. 5r–5v)

Si nota la trascrizione delle prime parole del verso d’inizio (qui in corsivo), a cui segue la lapidaria enunciazione della materia, seguita dalla breve ripresa di ciò che è stato trattato in precedenza. L’intera lectio viene suddivisa in due parti generali, la prima delle quali viene nuovamente suddivisa in sei sottosezioni, di cui si riportano ogni volta i versi d’inizio, e così di seguito; il procedimento assume uno schema ad albero con una ramificazione sempre più complessa. A questo punto segue la parafrasi, che riprende dal primo verso dell’intera lectio:

[…] dicit ergo sic in prima parte, quod nominativus tertie declinationis habet quinquaginta octo terminationes [...] (Cesena, Bibl. Malatestiana, ms. S. XXII, 3, f. 5v)

Inoltre, quando si enuncia un argomento nuovo, compaiono spesso delle domande, quali quid sit?, unde dicatur?, quot modis fit?, quot requiruntur?, finalizzate ad un’analisi profonda del testo. Sovente si termina con la formula unde versus, seguita da versi che dovrebbero aiutare il lettore a padroneggiare l’argomento. L’origine di questi non sempre è chiara: bisognerà ipotizzare la ripresa di opere in versi e un’origine da un fondo comune, forse perduto39. La citazione di versi esplicativi è inoltre una chiave di concatenazione fra le glosse e le Regule, dato l’ampio uso che Francesco fa dei versi mnemonici nella sua grammatica, in linea con i trattati grammaticali italiani coevi.

3.3 Il contenuto

L’approccio che Francesco da Buti segue nella stesura della glossa è di carattere normativo, in linea con la tradizione degli studi grammaticali dell’Europa del Sud40. L’aspetto forse più importante della grammatica normativa è lo stretto legame con la lessicografia41. La doppia caratterizzazione del maestro normativo come grammatico e lessicografo si riconosce in molti dei più famosi autori di glossari, al contempo autori di testi grammaticali: Papia, famoso lessicografo42, autore di un’Ars grammatica43; Uguccione da Pisa, autore sia delle Derivationes44 sia di un testo grammaticale chiamato Rosarius; Giovanni Balbi, il cui Catholicon contiene quattro libri di grammatica e un quinto che costituisce una specie di vocabolario, tanto per citare solo alcuni fra i più eminenti glossatori di area italiana. La curiosità per l’origine delle parole è costantemente presente in tutti i testi di grammatica normativa, lungo un arco di tempo che va dalla tarda antichità fino all’Umanesimo. Le Regule di Francesco ci offrono un’ulteriore testimonianza di ciò, e a due livelli: il primo è quello delle liste di lemmi, alcuni dei quali sono spiegati attraverso la ricostruzione etimologica, mentre il secondo riguarda il lessico specialistico del testo grammaticale; infatti, quando deve introdurre un nuovo termine tecnico o un nuovo concetto, Buti non si limita ad enunciarne una o più definizioni, ma a volte ne ricostruisce anche l’etimologia.

La stessa attenta cura è adoperata nella glossa. L’incipit dei paragrafi è caratterizzato spesso dalla ricerca dell’etimologia dei termini grammaticali, talvolta come risposta ad una delle domande che vengono poste, “quid sit?”. Riportiamo qualche esempio, per offrire un’idea più precisa di quanto illustrato.

Come esempio di ricostruzione etimologica di termini tecnici:

[...] conceptio dicitur a concipio, quod componitur ex con et capio, unde conceptio, idest simul captio (Cesena, Bibl. Malatestiana, ms. S. XXII, 3, f. 56v)

Come esempio, invece, di lemmi, anche con il ricorso al corrispondente volgare:

[...] garbasus, idest la vela della nave; alvus, idest ventre; abissus, idest l’abisso dello inferno […] bissus, idest la porpora biancha […] smaragdus, idest lo smeraldo, pietra pretiosa [...] colus, idest la roccha da filare (Cesena, Bibl. Malatestiana, ms. S. XXII, 3, f. 36r).

Anche soltanto attraverso un’analisi superficiale possiamo poi evidenziare l’attenzione dell’autore per le teorie più diffuse, fra le quali la teoria intenzionalista45 a proposito delle figure constructionis (commento dei capitoli VIII e XII del Doctrinale), secondo la quale un’espressione grammaticalmente non corretta diventa accettabile in considerazione dell’intentio auctoris. Due sono le cause excusantes vitium: la causa qua potest fieri, sul piano della lingua, e la causa qua oportet fieri, cioè l’expressio sententie, l’intenzione di significare voluta dall’autore, sul piano del significato.

Ecco un esempio, tratto dal cap. VIII, a proposito dello zeugma:

Cause excusantes vitium sunt due, scilicet necessaria et possibilis. Necessaria est expressio sententie sive breviloquium; possibilis est habilitas constructibilium causata a proximiori (Cesena, Bibl. Malatestiana, ms. S. XXII, 3, f. 59r.)

Inoltre, caratteristica delle grammatiche del Sud dell’Europa, come la Summa grammatice di Pietro da Isolella da Cremona, la Summa di (S)poncius di Provenza e il Catholicon di Giovanni da Genova, troviamo riferimenti alla logica terminista46. Un esempio è costituito dal seguente passo, riguardante i relativi e il concetto di relatio:

[...] ipse aliquando est discretivum, ut Ipse Petrus legit, aliquando relativum, ut Petrus legit et ipse disputat, aliquando relativum et discretivum, ut Ipse Petrus currit et ipse disputat […] de istis tribus, scilicet ego, tu et sui, dubium est utrum sint adiectiva vel substantiva […] in eis intelligatur substantivum virtute demonstrationis vel relationis (Cesena, Bibl. Malatestiana, ms. S. XXII, 3, f. 19v.)

Infine, nonostante che l’approccio grammaticale sia di carattere normativo, vi si riconoscono elementi di grammatica speculativa, in particolare nelle glosse ai capitoli VIII e IX, come nell’esempio:

Et quare verbum requirit suppositum et etiam alia specialis causa suppositi et verbi, scilicet [propositio] <proportio> modorum signficandi essentialium et similitudo modorum significandi accidentalium […] (Cesena, Bibl. Malatestiana, ms. S. XXII, 3, f. 55v.)

3.4 Autorità e fonti

Passando all’indagine sulle auctoritates grammaticali citate nella glossa, appare chiaro fin dal principio che Prisciano è il fondamento del sapere di Francesco, che di esso si sostanzia; Donato appare invece posto in secondo ordine, tranne che nella sezione delle figure. Il nome di Prisciano ricorre spesso, e, ove non presente, è comunque percepibile nelle definizioni, nelle spiegazioni ed in alcuni degli exempla letterari, ricavati proprio dalle Institutiones. Lo stesso Alessandro di Villedieu, inoltre, è una delle auctoritates della glossa, che spesso si limita a parafrasare i versi del Doctrinale senza aggiungere teorie nuove, utilizzando versi tratti dal poema come materiale mnemonico da porre a conclusione dell’esplicazione di una regola.

Un altro testo pare essere una fonte importante, se i numerosi rimandi ad una certa Summa si riferiscono sempre alla stessa opera, la Summa grammatice di Bene da Firenze, una volta sola esplicitamente accompagnata dal nome dell’autore. Bene da Firenze, attivo soprattutto a Bologna nel sec. XIII, fu grammatico e retore molto stimato, autore di quel celeberrimo trattato di retorica ed ars dictaminis detto Candelabrum47, che divenne uno dei testi più autorevoli dell’arte dell’epistolografia medievale. Fu autore inoltre di una Summa grammatice48, che divenne uno dei manuali più usati nel curriculum secondario nell’Italia del Duecento e dei secoli successivi. La Summa di Bene è una delle compilazioni italiane che furono “rivali” del Doctrinale in Italia49, visto che gli studenti facevano riferimento a libri di testo in prosa piuttosto che alla grammatica in versi. Per le consonanze implicite il termine Summa, tuttavia, di sicuro rimanda anche alla Summa grammatice attribuita da Fierville a Pietro da Isolella da Cremona, una delle fonti sicure delle Regule, che costituì una fonte importante anche per altri manuali di grammatica, come la Cremonina di Folchino de’Borfoni50.

Vi sono poi citazioni dai lessicografi Papia e Uguccione, dato che Francesco, come abbiamo visto, concede spazio all’individuazione etimologica delle parole.

L’ultimo riferimento esplicito si legge nella sezione relativa al cap. XII (sulle figure constructionis), in cui vi sono rimandi al Graecismus, autorità riconosciuta nel campo della dottrina delle figure, e uno addirittura ad una glossa Graecismi. Interessante è quest’ultimo riferimento, perché mostra ancora una volta l’estensione delle conoscenze retorico-grammaticali di Francesco, dato che la diffusione di queste glosse (anonime, ma con grande probabilità facenti parte di un’unica tradizione51) fu ampia soprattutto nel Nord Europa, e meno in Italia. La glossa Graecismi non è comunque l’unico commentario grammaticale a cui l’autore ricorre o che mostra di conoscere; è infatti frequente leggere qua e là riferimenti ad aliqui libri e a ceteri libri, che riporterebbero il testo del Doctrinale, glossandolo. Vi sono infatti confronti espliciti fra lezioni del testo del Doctrinale riportate in aliqui libri, da preferirsi oppure da rifiutare rispetto a quelle tramandate in ceteri libri; è perciò facile immaginare il nostro autore come un attento lettore e conoscitore di commenti altrui. Proprio il riferimento alla glossa Graecismi lascerebbe pensare che alla base delle conoscenze teoriche di Buti, quindi alla base della sua capacità di glossare un’opera grammaticale, ci sia uno studio intenso e fecondo delle principali dottrine e posizioni normative in campo grammaticale e retorico.

Tutte le opere sopra ricordate servono non solo come autorità grammaticali, ma anche come magazzini di esempi da porre a completamento dell’esposizione di una regola: come nelle Regule, così anche nella glossa Francesco appone frasi esemplificative tratte dagli auctores latini, che facevano parte del canone di autori letti e glossati nelle scuole di grammatica medievali, Virgilio, Ovidio, Orazio, Lucano, Boezio. Gli esempi sono attinti non direttamente dalle fonti, ma sono mediati dai trattati retorico-grammaticali precedenti, in particolare da Prisciano. Versi e frasi, tramandati nel tempo da grammatici di più generazioni, divennero un repertorio di esempi che sorgevano immediatamente alla memoria dei maestri e a quella dei copisti; ciò ne spiega le parziali alterazioni che spesso presentano rispetto all’originale. Il Doctrinale ed il Graecismus, inoltre, insieme ad altri testi grammaticali in versi che potrebbero aver costituito un patrimonio dottrinale a cui attingere, sono fonte dei numerosi versi mnemonici: l’uso di questi versi, molto esteso anche nelle Regule, era una consuetudine dei trattati grammaticali dell’Italia del Due-Trecento.

Conclusioni

Il Doctrinale è stato forse il testo di grammatica più diffuso lungo tutto l’arco del Basso Medioevo. Entrato ben presto negli statuti delle Facoltà delle Arti (a Parigi nel 1366), insieme al Graecismus divenne il manuale di insegnamento intermedio del latino per eccellenza. La sua forma in versi, anche se da un lato lo rendeva particolarmente adatto ad un apprendimento a memoria, ne faceva dall’altro anche un testo di non immediata comprensione, al punto che necessitava di spiegazioni. Ben presto, perciò, cominciò ad essere accompagnato da commentari. La tradizione dei commentari si rivela degna d’importanza perché non soltanto fornisce delucidazioni e spiegazioni, ma è anche testimonianza di una prassi didattica, visto che, probabilmente, ogni tradizione di glosse e commentari ha avuto origine all’interno del corso orale di un maestro52.

In Italia il Doctrinale veniva considerato più un testo di riferimento che un libro su cui apprendere il latino, ma aveva comunque un indiscusso ruolo di centralità. E’ probabile che Francesco lo abbia utilizzato nelle sue lezioni, magari nell’epoca in cui insegnava nello Studium pisano, epoca che coincide con il periodo di stesura delle glosse. Prima di queste Francesco ha già scritto un testo di grammatica e retorica, che Black ha definito “the most […] important secondary grammar manual of the fourteenth century”53, per il quale il Doctrinale costituisce una delle fonti maggiori. E’ verosimile quindi pensare che il maestro pisano abbia avvertito in seguito l’esigenza di glossare l’opera, anche come occasione per approfondire riflessioni grammaticali iniziate con le Regule. L’importanza di queste glosse, come già detto, risiede soprattutto nel fatto che sono di certa paternità e di certa datazione. L’edizione critica potrebbe costituire un buon punto di partenza, circoscritto, per uno studio a più ampio raggio della tradizione delle glosse.

Fonti primarie

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1

Il Doctrinale, scritto dal maestro normanno Alessandro di Villedieu (ca. 1200), è stato per secoli la più diffusa grammatica di latino. La sua forma in versi l’ha reso adatto alla memorizzazione, ma il fatto che gli argomenti fossero costretti nella rigida struttura dell’esametro rendeva l’esposizione troppo concisa, spesso oscura. Nacque, quindi, una fitta tradizione di glosse e commentari, che cominciarono quasi subito a circolare congiuntamente al testo stesso (per l’edizione del testo cfr. Reichling 1893).

2

Oltre che come maestro di grammatica, studioso ed uomo di diritto, Francesco da Buti ebbe una parte attiva nella politica del città di Pisa fino alla morte: cfr. Mazzoni 1971, Banti 1995, Varanini 1995, Franceschini 2006.

4

Cfr. Marrou 1948.

5

Sulle glosse a testi filosofici cfr. Jeauneau 1985 e Irvine 1994 ; sulle glosse alla Bibbia cfr., fra gli altri, de Hamel 1984.

6

L’autore commentò l’Ars poetica di Orazio, la Tebaide di Stazio, le Satire di Persio, le commedie di Terenzio.

7

Elio Donato (sec. IV) fu autore di un’Ars grammatica che conobbe una grande fortuna. Essa era divisa in due parti, utilizzate in due stadi diversi dell’istruzione. L’Ars Minor, più breve e in forma catechetica, serviva come testo per l’istruzione primaria, mentre l’Ars Maior, destinata ad un livello più elevato, era suddivisa ulteriormente in tre libri, che trattavano, rispettivamente, di fonetica, di morfologia e di vizi del discorso e figure constructionis (Holtz 1981). Tra i commentari ricordiamo l’Ars Ambrosiana, scritta presumibilmente nel sec. VIVII (cfr. Visser 2011), e l’Ars Laureshamensis, di origine irlandese, del sec. IX (cfr. Löftstedt 1977a).

8

Le Institutiones di Prisciano furono oggetto di numerosi commentari, soprattutto a partire dal sec. XII (cfr. Hunt 1941–1943; Gibson, 1979; Grondeux − Rosier–Catach 2011). Molti dei commenti a Prisciano sono anonimi; fa eccezione quello di Guglielmo di Conches, vissuto a cavallo fra il sec. XI e il sec. XII (cfr. Fredborg 1981, 2011a, 2011b). La tradizione delle glosse a Prisciano raggiunse l’apice con Pietro Elia (sec. XII), discepolo di Guiglielmo di Conches (Reilly 1993). Sulla tradizione dei commentari a Prisciano cfr. anche Kneepkens 1995. Per i commentari di epoca carolingia cfr. Cinato 2015. Per i commentari di Giovanni Scoto Eriugena cfr. Dutton e Luhtala 1994, Luhtala 1996, 2000; per quelli di Sedulio Scoto cfr. Lőfstedt 1977b e Krotz 2015.

9

Il Graecismus (1180–1212 ?) è composto da 27 capitoli, in cui possiamo riconoscere due parti distinte: i capitoli 9-24, scritti dal grammatico fiammingo Évrard de Béthune, e i capp. 1-8 e 25-27, che sono il rifacimento di un compendio grammaticale anonimo; l’opera rappresenta l’altra grande grammatica in versi che, accanto al Doctrinale, raggiunse un’ampia diffusione in tutta Europa, divenendo ben presto uno dei testi inclusi negli ordinamenti delle università. Tratta dapprima di figure, poi di prosodia, ortografia, morfologia e infine sintassi. L’edizione critica è di Wrobel 1887. Cfr. anche Grondeux 2010.

14

Per notizie su Giovanni di Garlandia, cfr. Reichling 1893, p. LIV–LVI, Grondeux e Marguin 1999, Grondeux 2000a, p. 67–69, Grondeux 2000b.

15

Cfr. Thurot 1868, p. 33-34; Reichling 1893, p. LXII, Black 2001, p. 90.

16

Cfr. Reichling 1893, p. LXII–LXIII.

17

Cfr. Reichling 1893, p. LXIII–LXXI.

18

Cfr. Reichling 1893, p. LXIII e p. CXLIV.

19

Esisteva una differenza fra l’insegnamento nel Nord Europa e quello in Italia. Nel Nord il Doctrinale era divenuto il testo più diffuso nell’insegnamento secondario affiancando, e quasi soppiantando, le Institutiones di Prisciano (la cui influenza in Italia non venne mai meno del tutto). L’opera veniva appresa quasi interamente a memoria dagli studenti, che non avevano la necessità di possederne una copia personale. In Italia, invece, l’approccio allo studio della grammatica era più individuale, ed ogni alunno doveva quasi sicuramente possedere una copia della Summa sulla quale studiava (Black 2001, p. 85).

20

Cfr. Reichling 1893, p. LXIII–LXIV.

21

Cfr. Black 2001, p. 157.

22

Per l’edizione del testo cfr. Percival www.people.ku.edu/-percival/Guarino.pdf.

23

Cfr. Black 2001, p. 128.

24

Sono due i punti della glossa in cui Francesco rinvia alle sue Regule : il primo si legge nella glossa al cap. VIII, “ut patet in regulis meis, ubi plenius tractatur de figuris, ad quas recurritur, si quis istis non sociatur » (ms. Cesena, Bibl. Malatestiana, ms. S. XXII, 3, f. 58v), ed il secondo nella glossa al cap. XII : “regula que data est in regulis nostris in tractatu de figuris in figura evocationis” (Cesena, Bibl. Malatestiana, ms. S. XXII, 3, f. 128r).

25

Le Regule grammaticales et rhetorice sono tramandate da più di trenta codici, conservati in biblioteche europee e americane. Il testo sembra essere stato il libro di grammatica che circolò più ampiamente nell’Italia trecentesca (Martinelli 2007).

26

In base ad alcuni riferimenti storici contenuti nelle frasi esempio delle Regule, Franceschini 2006 ha stabilito che il periodo di composizione delle Regule va anticipato al 1355–1366.

27

Cfr. Zazzeri 1887, p. 436, Bénédictins du Bouveret 1973, p. 22 nr. 7586, Bursill-Hall 1981, p. 55, Errani 2006, p. 73, tav. 15.

28

Cfr. glossa al cap. VI: « ceno piscem quem dedit mihi Antonius Nicholay” (Cesena, Bibl. Malatestiana, ms. S. XXII, 3, f. 49v).

29

Cfr. Bursill-Hall 1981, p. 222, Bénédictins du Bouveret 1973, p. 343.

30

Il primo studio più completo sull’accessus è quello di Quain 1945, in cui si analizzano vari tipi di accessus a seconda dei generi letterari; cfr. anche Glauche 1980, Hunt 1980, Minnis 1984, Spallone 1990, Minnis, Scott e Wallace 1991. Per edizioni di accessus cfr. Huygens 1954.

31

Cfr. Hunt 1980.

32

Cfr. Traube 1911.

33

Cfr. Nardi 1966.

34

Il prologo a Martino di Dacia di Gentile da Cingoli è conservato in due codici: Biblioteca del Capitolo Metropolitano di Praga, ms. 1321 L. LXXV e Vat. Lat. 3028; il prologo trascritto nel codice di Praga, inoltre, riporta la definizione della grammatica come scientia sermocinalis, esattamente come Francesco da Buti. Cfr. Grabmann 1941, p. 28–39.

35

Cfr. Grondeux 2000a, p. 186–187. Il commentario al Doctrinale di Pietro Croco sembra essere tramandato dal solo codice 1142 della Bibliothèque Municipale di Troyes.

36

Cfr. Alessio 1981, p. 80–83.

37

Cfr. Grondeux 2000c.

38

Cfr. Weijers 1996, p. 39–46.

39

Cfr. Desantis 2003, p. 62–63.

40

Nell’insegnamento del latino in Italia e in Provenza trionfava la grammatica normativa, e i Modisti, che fiorirono soprattutto a Parigi fra XII e XIII secolo per una sessantina di anni, circolarono meno in Italia. Per una comunanza fra l’Italia e la Provenza nel campo degli studi grammaticali cfr. Fierville 1886.

41

Cfr. Grondeux 2000a, p. 227 e segg., e Della Casa 1981.

46

Cfr. Colombat e Rosier 1990, p. 69–71.

48

La Summa di Bene è trasmessa da sette manoscritti (cfr. Alessio 1983, p. XXX–XXXI, e Black 2001, p. 88).

49

Cfr. Black 2001, p. 87–88.

51

Cfr. Grondeux 2000a.

52

Grondeux 2000a, p. 192.

53

Black 2001, p. 98–99.

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